Lord Byron, Ca’Zen, il Po e il tartufo

George Gordon, meglio conosciuto come Lord Byron, è stato l’unico poeta romantico che ha ottenuto fama in tutta Europa, sia per le sue opere sia soprattutto per la sua vita tormentata. Nacque a Londra il 22 Gennaio 1788. Il padre, John Byron, chiamato anche “Mad Jack” (Jack il pazzo), discendeva da una famiglia di origine normanna; conduceva una vita dissipata e libertina, tant’è vero che sperperò gli averi della prima moglie (dalla quale ebbe Augusta) e anche della seconda, la madre di Byron. Da quest’ultima il poeta ereditò l’instabilità, lo spirito ribelle, la passionalità, che traspaiono dalle sue opere.

Era un uomo di straordinaria bellezza ed eleganza e fece parlare di sé soprattutto per le sue intense relazioni amorose. Si vocifera che abbia provato una passione insana e incestuosa per la sorellastra Augusta, comunque non ci sono prove tangibili che attestino tale relazione, che compromise il matrimonio con Anne Isabella Milbanke nel 1816 e gli procurò una cattiva fama nella società che fino a quel momento lo aveva stimato profondamente . Fu dunque costretto a lasciare l’Inghilterra, deluso e disgustato, trascorrendo il resto della sua esistenza all’estero e mai stabilendosi definitivamente in un posto preciso. Morì in Grecia di malaria, nel 1824.

Viaggiò molto in Italia stabilendosi anche a Venezia, dove condusse una vita molto licenziosa e incontrò un’altra donna, Teresa Guiccioli, sorella del conte Pietro Gamba, uno dei capi della Carboneria, che lo introdusse nella famosa società segreta.

 Qui si inserisce Ca’Zen, una villa veneta in riva al Po (oggi Taglio di Po nel Parco Regionale Veneto del Delta). La villa fu costruita all’inizio del Settecento  dagli Zen, Patrizi Veneziani, che in queste zone avevano le proprietà terriere. Si presenta come una dimora di campagna, di grande fascino e semplicità. L’ultima discendente Zen, Chiara Moro, cedette la Tenuta ai Marchesi Guiccioli di Ravenna.

Tra la bella e giovanissima (18 anni) Teresa Gamba, moglie di terze nozze di Alessandro Guiccioli (ultra sessantenne), ed il poeta nacque un’appassionata storia d’amore. Lord Byron seguì l’amata, reclusa in punizione a Ca’Zen, allora luogo triste e malarico, per incontrarla segretamente e, dalla balaustra del primo piano, trasse ispirazione per la famosa “Stanzas to the Po”:

Fiume che scorri presso antiche mura
Dove dimora la donna del mio amore, quando
Ella cammina lungo le tue sponde e forse
Di me richiama un lieve fugace ricordo…

Ca’Zen  passò successivamente agli attuali proprietari Casalicchio-Avanzo.

Byron aveva superstizioni di tutti i generi: alcune derivanti da credenze popolari, altre fabbricate da lui stesso. Credeva nei talismani, odiava il nero, non viaggiava di venerdì e, benché amasse gli animali, non sopportava i pipistrelli perché secondo lui annunciavano sciagure. Sovente si ostinava ad attribuire valore di segni o di presagi ai fatti più banali ed insignificanti.

Un’altra curiosità: Lord Byron era una grande estimatore di tartufo e non solo in cucina, infatti si racconta che sulla sua scrivania tenesse sempre qualche esemplare affinché il profumo destasse la sua creatività.

“Stanzas to the Po”:

River, that rollest by the ancient walls,

Where dwells the lady of my love, when she

Walks by thy brink, and there perchance recalls

A faint and fleeting memory of me;

What if thy deep and ample stream should be

A mirror of my heart, where she may read

The thousand thoughts I now betray to thee,

Wild as thy wave, and headlong as thy speed !

What do I say — a mirror of my heart?

Are not thy waters sweeping, dark, and strong?

Such as my feelings were and are, thou art;

And such as thou art were my passions long.

Time may have somewhat tamed them, — not for ever;

Thou overflow’st thy banks, and not for aye

Thy bosom overboils, congenial river !

Thy floods subside, and mine have sunk away:

But left long wrecks behind, and now again,

Borne on our old unchanged career, we move:

Thou tendest wildly onwards to the main,

And I — to loving one I should not love.

The current I behold will sweep beneath

Her native walls, and murmur at her feet;

Her eyes will look on thee, when she shall breathe

The twilight air, unharm’d by summer’s heat.

She will look on thee, — I have look’d on thee,

Full of that thought: and, from that moment, ne’er

Thy waters could I dream of, name, or see

Without the inseparable sigh for her !

Her bright eyes will be imaged in thy stream,

Yes!   they will meet the wave I gaze on now:

Mine cannot witness, even in a dream,

That happy wave repass me in its flow !

The wave that bears my tears returns no more:

Will she return by whom that wave shall sweep? —

Both tread thy banks, both wander on thy shore,

I by thy source, she by the dark-blue deep.

But that which keepeth us apart is not

Distance, nor depth of wave, nor space of earth,

But the distraction of a various lot,

As various as the climates of our birth.

A stranger loves the lady of the land,

Born far beyond the mountains, but his blood

Is all meridian, as if never fann’d

By the black wind that chills the polar flood.

My blood is all meridian; were it not,

I had not left my clime, nor should I be,

In spite of tortures ne’er to be forgot,

A slave again of love, — at least of thee.

‘T is vain to struggle — let me perish young —

Live as I lived, and love as I have loved;

To dust if I return, from dust I sprung,

And then, at least, my heart can ne’er be moved.